Tumore al seno? La scoperta rivoluzionaria.

3074

Condividi su:

La ricerca dell’università di Pisa (già pubblicata) è stata sperimentata con successo su 15 pazienti. I risultati, ancora non definitivi, sono molto incoraggianti.

Hanno preso un antibiotico banale – la doxiciclina – di solito usata per curare l’acne. Prima l’hanno sperimentato in laboratorio (in vitro) in Gran Bretagna. Poi su 15 pazienti affette da carcinoma alla mammella, a Pisa. Nel centro di senologia diretto dalla professoressa Manuela Roncella. Una dose di 200 milligrammi per 14 giorni, prima di asportare il tumore “ridotto”. Così il gruppo di ricerca del professor Antonio Giuseppe Naccarato dell’azienda ospedaliera universitaria pisana ha avuto la conferma: gli antibiotici (alcuni) possono curare il tumore al seno.

I risultati sono in stato avanzato, anche se non definitivi. Ma sono molto incoraggianti. Tanto da essere già stati pubblicati (a ottobre) sulla rivista internazionale Frontiers in Oncology (una delle più accreditate nel settore dell’oncologia). Del resto questi studi sono frutto di collaborazione fra Pisa e l’università britannica di Salford che, grazie al professor Michael Lisanti, un’autorià in materia di ricerca sul cancro, per anni ha studiato l’effetto (in vitro) degli antibiotici sulle cellule tumorali. In Toscana la ricerca è curata da Cristian Scatena anatomopatologo e allievo della Scuola di dottorato in Scienze cliniche e traslazionali di Pisa.

Il professor Lisanti – esordisce Scatena è un luminare della medicina traslazionale (branca della medicina biomedica che impegna risorse per migliorare prevenzione, diagnosi, terapie, ndr). «Da anni studia il metabolismo del cancro: cerca di capire da dove la malattia tragga l’energia per svilupparsi. E, con gli studi pre-clinici (in vitro), ha verificato come gli antibiotici possano ridurre, inibire, di fatto uccidere, le cellule staminali neoplastiche (tumorali) responsabili sia del ripresentarsi della malattia (le recidive), sia della resistenza alla terapia, sia della riproduzione delle cellule malate». Quindi, in Gran Bretagna i ricercatori del gruppo di Lisanti testano vari antibiotici su 8 diversi tipi di tumori. «Grazie a questa ricerca – riprende Scatena – possiamo verificare che: 1) la doxiciclina è uno degli antibiotici più efficaci per eradicare le cellule tumorali; 2) per la precisione, agisce sui mitocondri, considerate le “centraline energetiche” della cellula; 3) i mitocondri si comportano come batteri: inibendo i mitocondri, di fatto si impedisce la riproduzione o si uccidono le cellule malate».

Non solo. Le ricerche in vitro – sottolinea Scatena – evidenziano che l’impiego degli antibiotici come inibitori delle cellulle tumorali «è efficace in modo particolare nella cura di alcuni tumori come linfomi che avevano origine nell’occhio o nello stomaco. In particolare, ci si era resi conto della riduzione di massa tumorale (in vitro) nei pazienti trattati con terapia per debellare l’helicobacter pylori (il batterio causa di ulcere, gastriti). E questo avveniva anche quando il tumore non era causato direttamente dall’infezione del batterio». Da qui – prosegue Scatena l’idea di sperimentare la stessa tecnica pure per la cura del carcinoma alla mammella.

I risultati in vitro sono buoni. Quindi, si decide di passare dalla sperimentazione di laboratorio a quella clinica. A Pisa, esiste il centro senologico della professoressa Roncella, uno dei migliori d’Italia: qui le pazienti vengono prese in carica con percorsi personalizzati e seguite fino alla guarigione. Quindi vengono individuate 15 volontarie. Nel 2016 inizia la ricerca che si articola in 2 fasi: il prelievo e la valutazione del tessuto del carcinoma (in stadio precoce) prima della terapia e dopo l’intervento, al termine di 14 giorni di trattamento con gli antibiotici. «Sono state individuate – insiste il dottor Scatena – tutte pazienti operabili: 9 sono state trattate con antibiotici e 6 no in modo da poter confrontare la differenza. Nelle pazienti trattate, la riduzione della massa tumorale asportata, è stata evidente». Il marcatore che fa la differenza, il più rappresentativo della “staminalità” delle cellule è il CD44: «Nelle pazienti trattate con gli antibiotici – dice Scatena – era ridotto in modo sensibile. In primavera dovremo aprire una nuova sperimentazione per arrivare ai risultati definitivi. Ci vorranno ancora un paio di anni. Vorremmo utilizzare altri farmaci ( in fase di selezione) che aumentino l’efficacia della terapia».

Condividi su: